Euro si – Euro no. Ai cittadini l’ardua sentenza

Tra i 7 punti del programma per le europee del M5S un punto cruciale e di grande impatto mediatico è il referendum per la permanenza nell’euro, uno strumento di democrazia diretta, che consente agli elettori di pronunciarsi senza intermediario alcuno su un tema specifico oggetto di discussione. L’argomento dell’uscita dall’euro è di una certa serietà scientifica che può impattare sul benessere di tutti i cittadini italiani quindi dobbiamo andare cauti e dobbiamo essere consapevoli di quali possibili scenari si potrebbero verificare. Per essere neutrali nelle analisi è necessario porre in evidenza “i pro e i contro” di una eventuale scelta da parte dei cittadini, a cui lasciamo libertà di voto consapevole. Ma da quanto emerge non è facile decidere. “Le monete, come i politici, sono forti con i deboli e deboli con i forti“.

L’Euro attualmente è adottato da 18 dei 28 stati membri dell’Unione aderenti all’Unione economica e monetaria dell’Unione europea. Molti studiosi hanno affrontato il problema mettendo in risalto i pro e contro dall’uscita dall’euro.

I sostenitori del “no euro”

•L’euro non è una valuta in senso proprio ma un accordo di tassi fissi quindi per diminuire i prezzi (essendo preclusa la svalutazione) occorre tagliare i costi, definita svalutazione interna o deflazione competitiva come è stata adottata dalla Germania con le riforme Hartz del 2003.

•La relazione annuale della Commissione Europea sottolinea l’enorme surplus tedesco commerciale, che sta creando problemi all’Europa (con un deprezzamento del tasso di cambio effettivo reale) e non si tratta di un fenomeno ciclico di breve durata. Ciò ha giovato alla competitività delle imprese tedesche. I paesi periferici incontrano difficoltà maggiori a recuperare competitività attraverso un deprezzamento interno (meccanismo di allerta della procedura per gli squilibri macroeconomici, Reg 1174/2011).

• L’area euro non è un’area monetaria ottimale (Mundell) e genera minore autonomia ed effetti perversi sulle politiche fiscali.

• L’euro ha causato la perdita della sovranità monetaria e della possibilità di condurre una politica monetaria autonoma dell’Italia privandola della possibilità di svalutare, metodo per riacquistare competitività sui mercati internazionali (sempre se altri paesi non adottano nel contempo misure conservative), e per far ripartire le esportazioni, senza comprimere oltre modo i salari.

• La politica monetaria della BCE è rigida e tende solo a controllare l’inflazione (intorno al 2%). L’inflazione bassa ha effetti negativi sull’occupazione (Curva di Philips).

• L’euro non ha retto alla crisi economico-finanziaria (2008) e alla crisi dei debiti sovrani (2010). La risposta è stata una politica di austerità che ha peggiorato la situazione.

•I fondi salva Stati e il MES, creati dopo la crisi da insostenibilità del debito pubblico, hanno sottratto risorse ai Paesi e ne hanno impedito la crescita.

•L’introduzione del pareggio di bilancio strutturale in Costituzione per ratificare il Fiscal Compact ha ridotto ulteriormente la sovranità nazionale.

•Esistono differenze strutturali tra il Nord Europa (Germania, Finlandia, Paesi Bassi) e il Sud Europa (paesi mediterranei) per cui oggi i primi si avvantaggiano della valuta forte mentre ai secondi converrebbe una svalutazione.

•“L’Italia affronta una crescente perdita di competitività dovuta ad una moneta sopravvalutata, con rischio di caduta delle esportazioni e crescita del deficit di parte corrente” (Roubini 2006).

•Un’Europa monetaria senza un Governo Europeo  eletto dai cittadini non può funzionare.

•E’ necessaria l’integrazione delle economie reali, cioè dei mercati del lavoro, dei sistemi previdenziali, dei sistemi educativi, ecc.

Cosa accadrebbe se… si uscisse dall’euro

• Speculazioni dei mercati finanziari.

• Aumento dei tassi di interesse (basta vedere effetto Grecia).

• Volatilità dei tassi di cambio con effetti svalutativi sulla moneta.

• Svalutazione competitiva con possibile effetto positivo di breve periodo proveniente dall’export (ovviamente sempre che gli altri paesi non attuino politiche di “ritorsione” e/o di “conservazione” delle proprie quote di export).

• Insostenibilità finanze pubbliche o default (più o meno controllato) o ristrutturazione; monetizzazione, con annessi e connessi, con ulteriori conseguenze legate all’inflazione e alla perdita del potere d’acquisto di famiglie ed imprese.

• Nel lungo periodo la svalutazione si accompagna all’aumento del livello dei prezzi, con conseguente iniqua redistribuzione del reddito, aumento delle disuguaglianze sociali tra coloro che beneficiano della svalutazione e chi ne è danneggiato.

• Si distruggerebbero (letteralmente) i livelli di benessere di tutti coloro che si trovano in una posizione debitoria in valuta euro (non sostenibilità dei debiti privati dei cittadini).

• Costi strutturali aggiuntivi per la gestione dell’uscita dall’euro che tale azione comporterebbe.

• Tanti più sono i paesi che perseguono queste politiche, tanto maggiori le probabilità di generare una gara disastrosa al ribasso.

• Fine del mercato di libero scambio.

• Rischio disgregazione unità nazionale.

I sostenitori del “pro euro”

• Ha favorito il contenimento dei tassi di interesse e la relativa spesa; il rapporto debito/Pil è sceso tra il 1995 e il 2004.

• Ha sostenuto il tasso di cambio rispetto al dollaro con effetti benefici sui prezzi di importazione materie prime (petrolio) e conseguente contenimento dell’inflazione.

• Ha permesso l’uso di regole condivise su rigore nei conti pubblici e vigilanza banche; «l’euro ha svolto nei confronti dei governi degli Stati europei la stessa funzione “disciplinante” dei bilanci pubblici svolta in altri tempi dallo standard aureo … oggi sono un esercito quelli che criticano e odiano l’euro per quella che in fin dei conti è la sua virtù fondamentale: la capacità di disciplinare i politici con le mani bucate e i gruppi di pressione» (Huerta de Soto, Scuola Austriaca).

• Ha consentito credibilità sui mercati finanziari internazionali «…all’interno del nostro mandato, la BCE è pronta a fare tutto quanto è necessario per preservare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza…» Draghi luglio 2012, furono creati i Fondi salva stati e in seguito il MES.

• L’euro rappresenta una valuta di riserva concorrenziale al dollaro:

  • Il parlamento Europeo si compiace del fatto che l’euro sia ormai la seconda valuta di riserva internazionale a livello mondiale.

Cosa accadrà se… non si esce dall’euro

• L’assenza di una seria politica economica continuerà a penalizzare l’Italia in termini di crescita rispetto agli altri paesi dell’area.

• Il Governo punta su elevati avanzi primari conseguiti attraverso un aumento delle tasse e una riduzione della spesa pubblica (austerità) che saranno comunque insufficienti a pagare il servizio del debito e causeranno ulteriore deficit favorendo gli squilibri macroeconomici.

• Anche nel 2014 aumenterà la pressione fiscale senza, peraltro, evidenti effetti redistributivi.

• La quotazione dell’euro e la globalizzazione del mercato del lavoro ci penalizzano sotto il profilo dell’esportazione.

• Aumentano gli enormi divari di competitività legati anche ai problemi strutturali presenti nei paesi della zona Euro.

Solo un ‘unione politica piena, che possa attuare politiche compensatrici degli squilibri macroeconomici generati dall’Euro, magari attraverso l’adozione degli Eurobond, potrebbe sostenere “la coesione economica, sociale, territoriale e la solidarietà tra gli stati membri” (art. 3 TUE).

Ma è possibile lanciare un referendum per la permanenza nell’euro?

L’articolo 75 (1, 2° comma) della Costituzione così recita: “è indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilanci, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”. Secondo la procedura aggravata prevista dall’art. 138 della Costituzione si potrebbe modificare l’art.75. E’ una procedura che richiede una maggioranza ampia ma non impossibile.

Inoltre abbiamo il referendum consultivo utilizzato già in passato nel 1989 con una legge costituzionale che ha consentito, in occasione delle elezioni del Parlamento europeo, che si votasse anche per un referendum consultivo sul rafforzamento politico delle istituzioni comunitarie.

Nel caso specifico attraverso un referendum consultivo si potrebbe chiedere ai cittadini  la loro posizione circa la permanenza del nostro paese nell’Euro.

“In ogni caso, oltre all’aspetto formale, un referendum sulla permanenza del nostro Paese nell’area della moneta unica non farebbe altro che concretizzare il principio cardine del nostro regime democratico, solennemente sancito nel primo articolo della Carta Costituzionale repubblicana, secondo cui «La sovranità appartiene al popolo». Al popolo sovrano, dunque, la parola!” Blog di Beppe Grillo

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http://www.monicamontella.it/

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