DOVE nascono i rifiuti e soprattutto DOVE finiscono?

 

Da anni noi cittadini ci facciamo sempre la stessa domanda: tutto l’impegno che mettiamo nella raccolta differenziata serve davvero a qualcosa?

Nel profondo speriamo di sì, che il nostro gesto abbia un senso fino alla fine della filiera. Ma cosa succede davvero dopo? Che fine fa il riciclo? Per capirlo bisogna seguire il percorso dei rifiuti.

Gestione rifiuti da impianti urbani e speciali per livello della gerarchia europea UE, tipologia di impianto e area di trattamento intermedio (“zona grigia”) – Italia, 2023 (N°, t e %)Fonte: Elaborazione dati Catasto Ispra 

Dopo la raccolta differenziata, i rifiuti non vanno direttamente al riciclo: i Comuni li inviano ai centri di selezione e poi ai consorzi (es. CONAI), che organizzano la filiera ma non gestiscono gli impianti.

Qui avviene un passaggio chiave: plastica, carta e vetro vengono selezionati e cambiano status, passando da rifiuti urbani a rifiuti speciali o “end of waste”. Il riciclo reale (operazioni R3, R4, R5) avviene quindi in impianti industriali che non rientrano nelle statistiche sui rifiuti urbani, creando una forte discontinuità nei dati.

Sintesi dei flussi di rifiuti e indicatori di sistema – Italia, 2023 (valori in tonnellate e percentuale) Fonte: Elaborazione dati Catasto Ispra 

I numeri dei rifiuti urbani (2023)

  • 656 impianti, capacità: 30 milioni tonnellate
  • Raccolta differenziata: 66,6% (19,5 mln t)
  • Indifferenziato: quasi 9,8 mln t
  • Riciclo effettivo: 8,6 mln t (totale ECO rifiuti riciclati e tracciati)

L’organico è la filiera più tracciabile:

  • compostaggio: 3,3 mln t
  • digestione anaerobica: 5,3 mln t (totale 28,2%)

La maggior parte dei rifiuti urbani però non viene riciclata:

  • 22,1 mln t (71,8%) → incenerimento, TMB, discarica
    • TMB: 8,6 mln t
    • coincenerimento/incenerimento: oltre 8,5 mln t
    • discarica: quasi 5 mln t

Prevenzione e riutilizzo restano marginali e nel 2023 non è stato realizzato alcun impianto dedicato all’estensione della vita dei prodotti.

Il nodo dei rifiuti speciali

Nel 2023 il totale ufficiale delle operazioni di recupero in Italia, calcolato sommando tutte le operazioni R1–R13, ammonta a 151 milioni di tonnellate. Purtroppo, non tutte queste operazioni corrispondono a un recupero effettivo di materia. Solo alcune possono essere considerate realmente circolari: R5 – recupero di sostanze inorganiche: 78,8 milioni di tonnellate; R4 – recupero di metalli: 20,7 milioni; R3 – recupero di sostanze organiche: 12,8 milioni.

Il recupero effettivo ammonta ad appena 113 milioni di tonnellate. La quota residua, pari a più di 39 milioni di tonnellate, può invece essere ricondotta a quella che possiamo definire “zona grigia” del recupero.

Questa include operazioni come stoccaggio (R13), passaggi intermedi (R12) o recupero energetico (R1): attività formalmente di recupero ma senza reale riciclo di materia.

Il recupero effettivo scende così al 62,5%.

Uno degli elementi più critici emersi dalla presente analisi è questa “zona grigia” della gestione dei rifiuti, che riguarda in particolare i rifiuti speciali con circa il 24% dei flussi complessivi prodotti (22% di quelli trattati).

Per “zona grigia” si intendono quelle operazioni formalmente classificate come recupero, ma che nella pratica si collocano in una fase intermedia, senza garantire un effettivo recupero di materia né un reale inserimento dei materiali nei cicli produttivi. 

Un esempio tipico è rappresentato dallo stoccaggio in riserva (R13) o dallo scambio preliminare (R12): i rifiuti vengono movimentati o accumulati “in attesa di recupero”, e possono essere successivamente destinati ad altre operazioni di trattamento o smaltimento.

Questa zona grigia riduce la trasparenza del sistema, aumenta i rischi di stoccaggi prolungati e rende difficile valutare l’effettiva performance ambientale della gestione dei rifiuti speciali.

Il quadro complessivo

Nel 2023 in Italia sono stati prodotti 193,7 milioni di tonnellate di rifiuti:

  • oltre 164 mln t sono speciali
  • circa 29 mln t sono urbani

Quasi un quarto dei flussi (circa 40 mln t) si colloca in una fase intermedia poco trasparente, dove non è chiaro se diventerà davvero nuova materia.

La raccolta differenziata è solo l’inizio:

  • una parte limitata diventa davvero nuova materia;
  • una quota enorme finisce in trattamenti o smaltimento;
  • e una porzione rilevante resta in una zona grigia difficile da tracciare.

Il sistema è ancora sbilanciato sul fine vita, mentre prevenzione, riuso ed economia circolare restano marginali.

La gestione dei rifiuti nell’Unione europea si fonda su una gerarchia chiara: prevenzione, preparazione per il riutilizzo, riciclo, recupero energetico e, solo come ultima opzione, smaltimento. Questo principio, cardine delle politiche ambientali europee, mira a ridurre l’impatto ambientale lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti, agendo soprattutto a monte.

Il confronto tra la zona grigia (quasi 40 milioni di tonnellate) e il riciclo finale certificato UE (113 milioni) evidenzia che quasi un quarto dei flussi gestiti non contribuisce al recupero effettivo di materia. Ulteriori criticità riguardano i 17 milioni di tonnellate trattate con processi chimico-fisici o biologici senza output valorizzabili e i 23 milioni di tonnellate gestiti direttamente presso le attività produttive, spesso tramite recupero interno o autoconsumo dei materiali, per i quali manca un monitoraggio adeguato e presentano livelli di tracciabilità inferiori rispetto ai flussi gestiti negli impianti dedicati.

Quasi un quarto dei flussi si colloca in operazioni intermedie o non qualificabili come riciclo di materia. Non si tratta di “non gestione”, ma di una gestione la cui capacità di generare effettiva circolarità non è immediatamente verificabile nei dati aggregati.

Il quadro che emerge è quello di un sistema ancora sbilanciato verso il trattamento e lo smaltimento, con un recupero di materia concentrato su poche operazioni e una vasta area di gestione opaca che ostacola la transizione verso l’economia circolare.

L’attuazione delle nuove normative europee sull’economia circolare offre prospettive incoraggianti, ma richiede un rafforzamento dell’applicazione a livello nazionale e investimenti mirati nelle fasi iniziali del ciclo di vita dei prodotti. È su questo terreno che si gioca la vera sostenibilità del sistema dei rifiuti italiano.

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